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CRA di San Miniato: Pop Art

CRA di San Miniato: Pop Art

Ho partecipato mercoledì scorso ad un’interessante serata al CRA: di San Miniato, sula Pop Art, la seconda per me e quarto appuntamento di un ciclo di 16 lezioni, che fa riferimento ad un’iniziativa editoriale allegata un po’ di tempo fa a Repubblica e all’Espresso, dove veniva spiegata la complessa arte del XX secolo.

Il video era commentato da Gianfranco Maraniello, prima a Flash Art e poi come curatore alle Papesse di Siena, Direttore del Mambo a Bologna, curatore della Gam e ora Direttore del Mart a Rovereto.

Sempre guidati da Roberto Milani, con le sue osservazioni e curiosità, abbiamo seguito il video e fatto domande, perché la Pop Art come lui ci ha detto artisticamente è simile al cubismo e non è mai scomparsa del tutto.

La Pop Art è una delle correnti artistiche del dopoguerra, che hanno rivoluzionato il mondo dell’arte.

Appare prima in Gran Bretagna alla fine degli anni ’50, ma attecchisce e si sviluppa negli Usa a partire dagli anni ’60, ritornando poi accresciuta in maniera esponenziale di rimbalzo in Europa.

Pop Art è l’abbreviazione di Popular Art, dove il termine popolare è simbolico di una produzione in serie, che vuol rappresentare l’immaginario collettivo dell’uomo come consumatore.

Importante è il concetto che nel mondo contemporaneo, dominato dalla società dei consumi, la Pop Art consideri superato il concetto dell’arte come espressione di una interiorità o della parte istintiva dell’uomo. La Pop Art ci rappresenta il mondo per come appare esteriormente all’artista: è una fotografia della realtà.

Sono presi di riferimento le cose che tutti hanno sotto gli occhi (cartelloni pubblicitari, cartons, fumetti, prodotti commerciali…).

L’arte non è più lo stare nei confini di un quadro o di una cornice e questo già con Jackson Pollok.

Gli artisti Pop pensano che i mass media, che cambiano i comportamenti dell’individuo, facendoli diventare consumatori , fanno ormai così parte della quotidianità di ognuno, che non potendoli combattere, allora vale la pena esporli.

Il pubblicitario è un mestiere nato in questo periodo (anche Andy Warhol era un pubblicitario), non faceva altro che creare bisogni.

La Pop Art basa la sua arte sull’impersonalità dell’immagini che utilizza e sul distacco da esse, differenziandosi dall’arte precedente che invece era più introspettiva.

Hamilton e la seduzione della modernità.

Hamilton realizzò un piccolo collage di un interno domestico con elementi che sembravano usciti da un sogno, non congruenti, addirittura con la presenza di un alieno sul soffitto e un riferimento all’arte di Pollock.

Spiccano alcuni feticci ispirati alla Ford, simbolo di produzione e progresso. In questo periodo il tempo cambia velocità, grazie anche ai nuovi elettrodomestici che fanno il loro primo ingresso nelle abitazioni, qui sono presenti l’aspirapolvere e il frigo. La donna di casa non è più quella che compra lo stretto indispensabile, ma diventa una consumatrice.

Poi vediamo due personaggi-narcisi, che ci rappresentano la nuova umanità basata sull’immagine, e che definiamo come oggetti del desiderio.

E’ un affresco epico di una società che consuma e viene consumata.

Uno dei rappresentanti più forti della Pop Art è sicuramente Andy Warhol.

L’arte di Andy Warhol può essere definita un’arte della memoria collettiva: sono icone del vivere dell’uomo moderno.

Anche la stessa tecnica della serigrafia incarna uno stile impersonale e asettico.

Warhol è il nuovo prototipo d’artista, immediatamente riconoscibile come i suoi prodotti.

Accompagna la sua produzione con riflessioni e si fa interprete dei desideri della società contemporanea, creandosi anche una nuova mitologia. Non si rappresenta più la realtà, ma quello che ci piacerebbe. E non viene esaltato un prodotto più di altri, ma quello che suscita nelle persone.

Nelle sue opere viene esaltata la serialità: non è più il singolo oggetto, ma la sua riproduzione massiccia e la griglia che ne viene composta.

Warhol si impegna anche nella produzione di un’altra serie di opere: incidenti stradali, sedie elettriche…

Il dramma e la violenza diventano spettacolo al pari delle merci e in questa maniera sembra che si crei anche una realtà più tollerabile.

Le celebrity sono un altro filone di Andy, dove usa i nuovi simboli svuotandoli della devozione popolare.

La fabbrica dell’arte

La Factory viene fondata nel 1962 a Manatthan: qui arte e vita di Andy si fondono.

Roy Lichtenstein

Espone nella Galleria di Leo Castelli. La sua passione sono i comix.

Allora i fumetti si affermano in maniera paurosa sulla scena e l’artista ne trae ispirazione.

Prende un fotogramma, la scena si allontana dal suo contesto narrativo e viene ritoccata o anche ridipinta (dove la pennellata appare però congelata), cercando di rappresentare l’American Way of Life.

Nel reinventare un po’ il fumetto a volte sembra che vi sia un’influenza da correnti artistiche quali il puntinismo o il divisionismo. Comunque l’opera non è più una riproduzione meccanica della realtà: è fare manuale.

A volte vi è anche la reinterpretazione ironica dai quadri del passato.

Così dal 1961 al 1965 si dedica ai fumetti, per mettere l’arte in realazione con il proprio tempo.

James Rosenquist

Con una lunga esperienza da cartellonista pubblicitario alle spalle, prende tutta l’ispirazione per la sua arte da questa sua pratica.

Così le sue opere in grande formato, proprio come i cartelloni pubblicitari, esasperano in questa maniera anche i soggetti rappresentati e gli oggetti più familiari o resi familiari da questo tipo di rappresentazione, forniscono anche l’appiglio per critiche o riflessioni.

Non sense e surrealismo, dove non si cerca un’espressione più profonda, perché tutto è superficie.

Claes Oldenburg e il valore dell’oggetto

C’è chi è diventato famoso esponendo neon colorati, chi orinatoi, e chi trasformando il proprio pranzo da McDonald’s in un’enorme e morbida scultura.

Claes Oldenburg, geniale maestro della Pop Art, ha fatto la sua rivoluzione prendendo spunto dal cibo che mangiava nei fast food, dagli oggetti abbandonati per strada e dalle pubblicità dei biscotti.

Cheesburger, patatine, bacon, sandwich formato gigante, soffici e seducenti come cartoon, tanto da essere paragonato a Walt Disney per gli adulti.

La sua arte prende forma dalle cose più banali della vita. Si ispira ad icone di massa, oggetti a noi familiari, e li ricrea, dona loro una nuova dignità, trasformandoli in inquietanti monumenti del nostro tempo.

Questi oggetti rivelano in formato XL dove ci sta portando la nostra quotidianità.

Segal

Prende spunti da soggetti quotidiani, di cui non è importante il soggetto, ma la sua ritualità.

Le sue sculture perdono i connotati del soggetto, ma attraverso i gesti capiamo e diventano simbolo di un’identità collettiva.

Possiamo allora concludere col dire che la Pop Art racchiude le aspirazioni di un’intera società e cosa assolutamente nuova, che vi è una perfetta sintonia fra l’artista e il suo tempo, perché questi partecipa e incarna i desideri della realtà in cui vive.

La Pop Art sembra di essere una sorta di terapia. Il desiderio è transitorio, l’unico trionfo è quello delle arti che lo congelano: un Panta Rei moderno, dove però ognuno ha il suo quarto d’ora di celebrità!

 

 

 

 

maxim
Written by maxim

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